Dove è nata la Mes-ciua
Ormai sappiamo dai vari cronisti che la farinata, uno dei piatti che consideriamo "più nostro" c'è giunto da Altopascio, sul treno della migrazione delle famiglie di farinatari, nei giorni in cui il nascente Arsenale faceva della città un lungo ambito a cui affluivano da ogni parte d'Italia forze in cerca di lavoro.
Ma è stato nostro orgoglio combinare la sapienza dei nostri farinatari di casa con il particolare sapore dell'acqua, la fortunata mescolanza con l'olio d'oliva delle nostre valli, e l'aroma della legna bruciata nei forni provenienti dei nostri boschi che si specchiano sul Vara e sulla Magra.
Ne abbiamo fatto un piatto locale che ben merita la telefonata di prenotazione del professionista di Folimpopoli per un posto a sedere dalla Pia, in un giorno da ricordare nel futuro.
Ed in maniera diversa, ma piena di orgoglio, abbiamo sempre considerato la mes-ciua nata sul posto e cullata dalle onde della risacca sulla spiagge della zona occidentale del nostro golfo.
Infatti le leggende parlano di quella mescolanza di fagioli bianchi,grano farro e ceci (a volte cicerchie), già nota alle Grazie nei secoli passati,tirata fuori miracolosamente dai rimasugli della dispensa della misericordiosa Catò, che doveva in qualche modo sfamare i bambini nei giorni della carestia.
E la leggenda della mesciua, il cui odore stuzzicante scoraggiava i corsari che assediavano il borgo delle Grazie allora chiamato Ria, è stranamente cresciuta, legata al ricordo delle tartane e delle saette che solcavano veloci le acque del golfo in cerca di bottino da razziare.
Era il sedicesimo secolo.
In quei giorni scorrazzava per il mare la nave corsara del pirata Giaffer Corsal il rinnegato,scontrandosi con altri pirati della costa della Corsica, con le galere turche, con i medesimi pirati portoveneresi, con le navicelle veloci da preda dei signori di Biassa, in perpetua lotta con Capitan Graffigna, l'ammazza pirati di Portovenere.
Le navi che venivano dalle coste della Tunisia portavano nella stiva per scorta di viveri carne secca, pesce sotto sale e sacchi di granaglie alla rinfusa.
Chi sa se è nata da uno scambio di ostaggi e di generi alimentari, la sacca piena di fagioli secchi, ceci e grano...
La mina delle granaglie vale il riscatto della barca da pesca di Padron Gineto da Bondon, contrattata alla luce fumosa di poche candele nell'osteria di terra di nessuno delle Grazie...
Siamo alla fine del 1500.
Dopo quattro secoli rimane sulla tavola dei Graziotti il piatto fumante della mes-ciua, e rimane sulle tavole degli abitanti di Tunisi, discendenti dei pirati che infestavano il Mediterraneo, la me-sciu-ìa, piatto di fagioli e granaglie varie condito con salsa di peperoni. All'interno del paese, tra le dune lambite dal deserto, lo stesso piatto, senza la salsa di peperoni, è ancora un miscuglio di fagioli secchi e ceci portati dalla costa, lasciati bollire a lungo nei pentoloni fumanti.
Ed a noi spezzini, amanti di tutto quello che viene da fuori, non rimane che continuare l'usanza della misericordia Catò, che aveva barattato all'osteria delle Grazie, luogo ai confini della fame e della legge, un misero sacchetto di castagne con uno di granaglie miste,chiamato poi a casa, per sentito dire,o forse per assonanza, mes-ciua.
Oggi, nelle cucine del Mocia,del Negrao e di Caran, sotto una luce non troppo forte, condita con l'olio d'oliva delle alture del Golfo, innaffiata dal buon vinello di Marinasco,ritroviamo ancora con riconoscenza la mes-ciua della graziotta e misericordiosa Catò.
di Sandro Guglielmone